venerdì 12 dicembre 2014

Il rito del dissetarsi presso l'acquaiuolo

Per dissetarsi durante i periodi di calura per noi italiani e napoletani in particolare non è mai stato un problema.
Le fontanelle pubbliche erano e sono un bene prezioso anche se vanno scomparendo dal panorama cittadino.
Di mattina si faceva la fila ed eravamo noi ragazzi a farla sostituendo la mamma che poi sarebbe venuta a prendere il secchio per riportarlo a casa e consegnarne un altro per rifare la fila per un supplemento di acqua di cui al momento si aveva bisogno.
Nel pomeriggio, durante la guerra, l'acqua non veniva più erogata e succedeva anche nei primi anni del dopoguerra quando le interruzioni avvenivano su preavviso per riparazioni da effettuare sulle condotte che presentavano perdite.

Nei punti di vendita al minuto delle acque minerali la mescita avveniva per bicchieri in quanto i rifornimenti del rivenditore bastavano per uno o due giorni al massimo.

La pulizia di bicchieri, giarre e giarretelle, usati per servire al banco gli avventori avveniva servendosi dell’acqua di pozzo o del rubinetto e delle bucce di limone usate a mo’ di disinfettante degli orli. 

Oltre a bicchieri, giarre e giarretelle dall’acquaiuolo erano usate anche per l’asporto di acqua sulfurea piccole mmummarelle. 

Preciso che ho parlato di trummone, di mmummara e mmummarelle; orbene il trummone fu una grossa botticella cilindrica lignea bordata di metallo, dotata di zipolo ed intercapedine nella quale era sistemata della neve in funzione di refrigerante dell’acqua contenuta; tale botticella era incerneriata su i due lati opposti della circonferenza centrale, per poter comodamente ondeggiarla basculando; in tale contenitore di grande capacità veniva conservata la caretteristica, giovevolissima (cosí in un’iscrizione del se#embre 1781) 
acqua ferrata che proveniva da una sorgente del Beverello.
Il trummone era agganciato per solito sul ripiano laterale di dri#a e la sua capicità era ben maggiore della dirimpttaia mmummara in cui si conservava  l’acqua zuffregna/zurfegna= acqua sulfurea proveniente da una sorgente sita al Chiatamone; la terza acqua che si vendeva era la leggera e dissetante  
acqua del Serino che per anni alimentò l’acquedotto cittadino.

Mentre la voce mmúmmara s.vo f.le = grande vaso di creta per acqua o vino viene dal neutro pl. greco bombylia poi fem.le sg. Con cambio di suffisso e dissimilazione *bommara → mmommera → mmummera / mmummara. Va da sé che mmúmmarella è il diminutivo di mmúmmara;

 la voce zuffregna / surfegna / zurfegna trae da un acc.vo lat. aqua(m) sulphurinea(m) → suphrinja → surphinja → surfegna → zurfegna con raddoppiamento espressivo della frica_va labiodentale sorda e metatesi della liquida;
per trummone occorre pensare ad un lemma onomatopeico con riferimento ad un’iniziale tromma + un suff. accresci_vo; benché la voce a margine non abbia nulla a che spartire con gli strumen_ musicali a fiato tromba e trombone,per la sua forma panciutamente cilindrica ‘o trummone ‘e ll’acqua è simile al grosso bombardino strumento a fiato di o#one, usato nelle bande;
flicorno baritono, impropriamente dé#o in napoletano trombone→trommone→trummone, per cui ne puó aver mutuato il nome.
Rammento qui che l’acqua da asporto dell’acquaiuolo girovago fu quasi sempre quella sulfurea e solo con l’avvento delle banche ‘e ll’acqua si cominciò a vendere al minuto anche l’acqua ferrata. Mi soffermo ora a ricordare che mentre la cosidde#a piccula cu ‘o limone (semplice premuta d’un unico limone, senza aggiunta di acqua, servita in minuscole giarretelle( cfr. ultra) veniva richiesta e poi sorbita da chi fosse affetto da problemi digestivi (per aver magari mangiato grevemente od avidamente cibi pesanti o intesi tali) nella speranza che il succo del limone avesse effetti benefici che tuttavia non sempre aveva in quanto talvolta si aggiungeva, con il limone, acidità ad acidità; e la faccenda addirittura si peggiorava se alla spremuta di limone (acido) veniva aggiunto del bicarbonato (base) in quanto l’addizione di un acido con una base produce come effetto acqua che se e assunta da chi non abbia digerito, non fa che peggiorare la situazione; e bene si sappia che in presenza di problemi digestivi sarebbe più opportuno assumere solo del bicarbonato che venendo a contatto con gli acidi presenti nello stomaco durante la digestione, li trasforma in acqua.
La limunata era invece una gran bibita risultante dalla spremuta di piu limoni, addizionata a scelta del cliente di acqua del Serino o di acqua ferrata o di acqua sulfurea , bibita rinfrescante sorbita
il piu delle volte durante i mesi estivi, per combattere la calura, e tale bibita talora veniva fatta spumeggiare artificialmente addizionandola rapidamente di pochissimo bicarbonato. 

Partendo dalla  pretesa idea che ‘a piccula cu ‘o limone fosse un rimedio si estese l’espressione a significare ed a sarcasticamente commentare, come o detto, tutte quelle situazioni fastidiose a cui occorrese porre un rimedio pur che fosse: te ce vo’na piccula cu ‘o limone!
Qui faccio notare che la voce piccula usata nell’espressione non e esa#amente napoletana, che nell’idioma napoletano s’usa piccerella/ piccerillo = piccina / piccino, ma poiche le voci piccerella / piccerillo a Napoli vengono usate con riferimento ad esseri anima (uomini o bes_e) ecco che si ado#o l’ada#amento della voce italiana piccola → piccula per significare una cosa contenuta e cioe la bibita de qua.
In coda accenno ai recipien_ usa_ per servire le bibite: 
bicchiere s.vo m.le [derivazione, probabilmente formatasi in Francia, dal gr. βκος ≪recipiente di terraco#a≫] = recipiente cilindrico di varie forme e dimensioni, di vetro; _pico quello dell’acquaiuolo che era alto quindici centimetri, era molto capiente (ca. due decilitri) con il bordo spesso; rammento qui una graziosa curiosita: un acquaiuolo con banco in piazza san Francesco a ridosso di Porta Capuana si serviva di alcuni grossi bicchieri di vetro sul cui fondo si notavano in rilievo le punteggiate le#ere in istampatello maiuscolo E.I., segue evidente della provenienza truffaldina dei recipien_( perche trafuga _ da o acquista_ illegi/mamente in qualche caserma) a#eso che E.I. era la sigla di Esercito Italiano;
 giarra s.vo f.le [dall’arabo ğarra passato nello spagnolo e provenzale jarra e nel francese jarre] indico dapprima un grosso recipiente di terraco#a per conservare olio, vino, acqua o granaglie e poi una brocca (con manico) di vetro o talvolta terraco#a per bere acqua, birra ed altre bevande;
il suo diminu_vo ggiarretella/e voce d’uso circoscri#o napoletano indicò invece esclusivamente una minuscola brocca, una chicchera, una piccolissima giara o un go/no tu/ recipien_ forni_ di manico in materiali rigorosamente povero come il vetro usa_ dall’acquaiolo per servire piccule cu ‘o limone o contenu_ssime prese d’anice che a volte, per insaporirla, accompagnavano una giara d’acqua del Serino al famoso grido: “Acqua e annese, fete vuo vevere?!”


Raffaele Bracale e Gioacchino Ruocco

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