domenica 17 maggio 2015

Gente di Stabbia - Gersolé - inventato da GIOVANNI Papini



«Alcuni amici napoletani mi hanno detto che a Castellammare di Stabia vive un savio vecchio, in tutto opposto, per costumi e principi, ai suoi e nostri contemporanei sí da far pensare che sia venuto fuori, come la statua di un filosofo antico, dagli scavi delle città sepolte dal Vesuvio. La perfetta saviezza, in questi tempi di nevrotici e di frenetici, è cosí rara che non ho saputo resistere alla tentazione di conoscere quest'uomo.
Il signor Gersolè m'è parso un uomo tondo e senza manichi. Somiglia vagamente il suo dorso a una gobba spiaccicata e stirata; il suo addome eminente a un palvese imbottito di cenci. Qualcosa di mezzo tra un Sileno moscio e un Pulcinella serio.
Il signor Gersolè afferma di avere ottant'anni ma forse lo dice per civetteria, perché la sua chioma è sempre scura, la sua dentatura quasi intatta, la sua carnagione ancor fresca.
Gli ho domandato a che cosa attribuiva il suo giovanile aspetto a quella tarda età.
Gli amici, mi ha risposto, cianciano volentieri della mia antica saviezza. Ed io li lascio dire. In verità la mia saviezza consiste nell'aver rifiutato tutte le forme della vita. Non ho voluto studiare perché ho sempre saputo, per istinto, che molte conoscenze si dimenticano, molte altre rendono tristi, e le piú sono incerte e fallaci. Non mi sono mai innamorato, perché quella stupida forma di pazzia che consiste nel preferire una sola creatura a tutte le altre ha sempre portato agli uomini irrequietezza, angoscia, delirio, delusioni, furori omicidi. Ho considerato l'amore, perciò, come un semplice bisogno fisiologico, naturale e tranquillo come quello che mi porta a mangiare una pesca matura o a liberar l'intestino dal suo molesto ingombro.
«In tal modo mi son salvato dalla famiglia e da quelle innumerevoli noie, fatiche e servitú che provengono dall'aver moglie e figlioli.
«Non ho voluto neppure impacciarmi di politica. L'amor di patria è una delle tante infatuazioni assurde e funeste dell'uomo moderno. L'amor di patria istilla l'invidia, la superbia, l'ira e altri peccati capitali; è fomite di odio, cioè di guerra, cioè di morte. E a me poco importa d'esser governato dai rossi o dai neri, dai bianchi o dai turchini. So benissimo che sia gli uni che gli altri sbocconcellano la mia libertà e tosano i miei averi. Qualunque sia il partito dominante il buon cittadino è condannato a vivere in una gabbia e a pagare le tasse.
«La religione non l'ho voluta approfondire di proposito, per non aggiungere supplizi a tormenti. Non ci sono che due vie ragionevoli: o negar tutto senza discutere o accettar tutto a occhi chiusi. Per varie considerazioni di comodità personale e sociale ho scelto la seconda e me ne trovo bene. Credo a tutto ma non penso mai a nulla: convien lasciare nel mistero quel ch'è nel mistero.
«Mi hanno consigliato la lettura dei poemi e dei romanzi per passar meglio il tempo. Mi son provato ma ho smesso quasi subito. I poeti mi paiono dei fanciulli svagolati a caccia di menzogne. I romanzieri mi raccontano le storie di certi uomini e di certe donne che se l'incontrassi per caso nella vita con quelle lor ridicole miserie e fissazioni, le sfuggirei come il diavolo sfugge la croce.
«Ho una piccola rendita che mi basta per vivere senza lussi ma senza strettezze, e cosí Dio santissimo e benedetto mi ha salvato dalla soma asinina del lavoro e dalla maledizione, ancor piú atroce, di cercare, di accumulare, di salvare e di amministrare la ricchezza.
«Questo, caro signor Gog, è il mio vero segreto. Io sono un rinunciatario universale e perpetuo; sono il recidivo dimissionario della vita. Avendo rigettato tutte le illusioni e tutte le occupazioni, tutte le catene e tutte le trappole, sono arrivato a quella quietudine della carne e dello spirito che gli agitati e gli ossessi chiamano saviezza. Il mio segreto è tutto qui ».
Ma insomma, ho chiesto al signor Gersolè con tono di voce un po' impaziente, siete felice o no ?
Il grande savio ha chiuso un momento gli occhi, s'è passato la destra a mò di pettine sui capelli della fronte, eppoi, riaprendo gli occhi e fissandomi, ha esclamato:

No, neppur io son felice. Sappiate che la vera saviezza non ha relazioni con la felicità bensí con la morte».

Giovanni Papini

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