martedì 17 aprile 2012

Enze: Fallo di mano ?





Ieri mi è stato recapitato da mia moglie uno scritto di Gianfranco Pacchiarotti dal titolo “Non ci sono più le fate” nel quale l’autore racconta la sua storia dall' infanzia vissuta a Roma in via Parini, Viale Trastevere e dintorni e oltre.

Appena sono rimasto in condizione di poterlo sfogliare, mentre mia moglie era in Galleria a parlare di quadri, di mostre e di programmi futuri col gallerista, ho incominciato a leggerlo iniziando dalla dedica e nel giro di qualche minuto mi sono trovato a pagina 20 dove racconta delle sassaiole e delle partite di calcio che ogni tanto avvenivano fra quelli della via dove lui abitava e i testaccini che di tanto in tanto si portavano fino a Porta Portese per invadere il campo di via Bruno Buozzi dove, quelli residenti, abitualmente giocavano a pallone quando Pisolo Spizzichino lo metteva a disposizione.

Nel capitolo l’autore della sassaiola narra cose che perché pur vivendo a centinaia di chilometri  di distanza io e i miei coetani di Mezzapietra, Scanzano e dintorni vivemmo alla stessa maniera nel dopo guerra quando giocavamo a pallone che noi, non avendo uno Spizzichino a disposizione, realizzavamo con stracci che mettevamo assieme legandoli uno sull'altro con lo spago cercando di contenerli in maniera stabile e duratura per tutto il tempo della partita.

Quando qualcuno di noi  toccava la palla con le mani, mentre era in gioco, c’era quello che scattava dicendo che c’era stato un enze e quindi bisognava fermare il gioco per effettuare un tiro piazzato contro la squadra che aveva commesso il fallo.
L’autore che ricorda le “continue e accanite discussioni” che si accendevano fra le due squadre ogni qualvolta la traiettoria della palla sfiorava il cumolo dei panni che stavano come pali di una porta immaginaria dando l’idea di aver segnato una rete, mentre il portiere spergiurava che era fuori o troppo alta e quindi sopra la traversa, ricorda pure senza comprenderne il significato quella stessa parola che pronunciavamo anche noi quando avveniva un fallo di mano o con il braccio senza chiedercene il significato .

La parola veniva ripetuta a squarciagola dalla squadra che denunciava il fallo fino a quando il gioco non veniva interrotto e non si procedeva al tiro piazzato.

Conclude che nonostante le ricerche non è mai riuscito a rintracciarne il significato. Tornando a casa, roso dallo stesso interrogativo, ho cercato una soluzione nel modo più semplice oggi percorribile, ma Internet non forniva nessuna soluzione pur avendo a disposizione tanta parte di cultura.

Quando non credevo più di farcela mi son ricordato delle origini del gioco e sono andato a curiosare in giro per più di mezzora. In un post dal titolo “QUANTO INGLESE C'È NEL GIOCO DEL CALCIO?  - TESTO ORIGINALE ITALIANO di Federica Pellegrino “ credo di aver trovato la risposta  buona sia per l’interrogativo di Pacchiarotti sia per il mio che il suo racconto ha resuscitato.

Tra i falli elencati c’e quello di mano detto in inglese “Handball”. Sicuramente sarà stata la nostra approssimazione di allora nel pronunciarla a trasformarla in quell'ENZE che il racconto di Pacchiarotti mi ha fatto tornare in mente facendomi ritornare sull’autostrada a giocare col pallone di stracci e più avanti negli anni con quello di cuoio fino a quando non lasciai Mezzapietra, dove ero nato, per trasferirmi con la famiglia al San Marco dove il gioco che si svolgeva all'interno dello stadio portava fuori  ora grida di gioia, ora di rabbia  e qualche domenica produsse anche  liti furibonde tra le tifoserie che manco le forze dell’ordine a volte, riuscirono a sedare.

Potrei concludere che tutto il mondo è paese, anche se all'epoca le distanze risultavano immense e i mezzi di comunicazione erano niente rispetto ad oggi: la vita sorprendentemente assumeva in breve tempo gli stessi connotati come dimostra la storia che vi ho appena proposta e che mi ha fatto gioire nel ritrovare un ricordo dimenticato.




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