lunedì 9 aprile 2012

Velia





A 13 anni, quando ancora abitavo a Mezzapietra ed ero uno sbarbatello, m’innamorai, era la mia prima volta, di Velia Perugini. E chi non se ne innamorò in quel tempo. Era bionda e di una bellezza incredibile. Nel fiore della sua crescita ogni suo gesto incantava e stordiva. La sorella più grande aveva un negozio su via Micheli e quando ritornavo dalla scuola ci passavo davanti e un giorno, quando i miei occhi incontrarono i suoi, fui preso improvvisamente da un senso di stordimento.

Non ne parlai con nessuno di quelli che facevano la strada assieme a me, ma qualche giorno dopo incominciò a circolare la voce della mia infatuazione. Lo andarono a dire anche a mia madre che prese la cosa senza drammatizzarla più di tanto. Non mi rimproverò mai, mi raccomandò però di non tralasciare lo studio e di lasciar perdere perché ero ancora un ragazzino e la ragazza era più grande di qualche anno e aveva avuto già qualche esperienza.

Quando raccontai a Velia dei miei sentimenti mi disse, senza offendermi, la stessa cosa. Tra l’altro mi raccontò che si era innamorata di un ragazzo più grande di lei che invece la snobbava, ma che potevamo sempre frequentarci come amici come avevamo fatto fino a quel momento.
Dimostrava di avere la testa sulle spalle non solo per se ma anche per me e per tutti quelli che conosceva e la frequentavano.





Che mi ero innamorato di lei glielo ricordavo ogni volta che potevo e ogni volta mi rabboniva con parole che non mi illudevano. Un giorno per ammansirmi un po’ di più mi promise che se le cose non fossero andate in porto con l’altro al quale aspirava, ero senz’altro il primo della lista. Una sua carezza mi stordì completamente e quelle confidenze le trascrissi in un tentativo di racconto che avevo cominciato a scrivere nella primavera del 1953 quando all’improvviso l’aria diventò tiepida e invogliava nelle ore serali a passeggiare sul tratto di autostrada che va ancora oggi dall’inizio di via Micheli fino allo svincolo sopraelevato delle nuove terme nuove che permette e permetteva di scavalcare l’autostrada nel punto più prossimo alla curva e tornare indietro sul marciapiede opposto fin sotto all’Istituto diocesano dove il semaforo permetteva di trasferirsi sul marciapiede opposto.







Quelle serate determinarono momenti di una certa esaltazione e il racconto che continuavo ad alimentare con gli avvenimenti quotidiani più pregno di emozioni. Quando arrivò nelle mani dei miei compagni di scuola curiosi di quello che stavo scrivendo fini nelle mani delle zie di Pierino. che era uno che le combinava di tutti colori, fino a rischiare l’espulsione dalla scuola dei Salesiani per certi fatti che rischiavano di bollarlo come omosessuale quando invece erano solamente pratiche comunitarie di approccio al sesso per una mancata formazione in materia, curiosità colmate con l’ausilio di quelli più grandi di noi non più di tanto.

Il mio racconto che fu definito il frutto di una mente malata, ingigantì gli avvenimenti di quei giorni e prese una strada che non doveva prendere procurandomi con una solenne reprimenda da parte dei parenti e poi dall’organo scolastico anche se le cose raccontate non facevano esplicitamente riferimento a personaggi ben noti dell’istituto che successivamente furono allontanati prima che potesse scatenarsi il putiferio.  Non era stato fatto nessun none ed ogni riferimento a fatti che erano nell’aria erano puramente casuali, materia abituale nella quale i ragazzi delle mia età sguazzavano..

La cosa arrivò anche all’orecchio di Velia che si rammaricò dell’accaduto e di li a qualche giorno incominciò a diradare le sue presenze nelle passeggiate serali e davanti al negozio. L’amico comune mi disse che Velia stava male, ma non era vero. Per un po’ di tempo non si fece vedere perché doveva andare a scuola di francese.

Passò più di qualche mese prima di sapere che sarebbe partita per la Francia dove la famiglia aveva degli interessi economici, più precisamente a Parigi nel quartiere Latino.

Per me sembrava una favola, ma di lì ad un anno Velia e la sua famiglia scomparvero da Scanzano. Seppi che si era sposata nonostante i suoi diciassette anni prima di  partire per Parigi. Il negozio venne chiuso e l’incrocio delle due strade diventò un mortorio.

L’anno dopo speravo in suo ritorno per le ferie come era nelle abitudini di quelli che si trasferivano altrove, ma a giugno dopo aver conseguito la licenza delle scuole medie i miei trasferirono la famiglia al Rione San Marco dove l’INA CASA ci aveva assegnato un alloggio per cui non ebbi se non poche occasioni di passare per via Micheli.

Ogni tanto era l’amico comune a darmi qualche notizia, ma erano di una genericità che non accendeva più il mio animo e non stupivano la fantasia che pure sentiva ancora il bisogno di infiammarsi e sognare ancora Velia per un po’ di tempo.

Oggi che ho preso a scrivere dei miei ricordi chi sa se troverò mai qualcuno che completerà questo racconto con una di quelle notizie che sanno stupire e un finale degno di un ricordo che è scemato nel tempo senza la parola fine di un film che si rispetti.


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