mercoledì 24 ottobre 2012

‘O spicciafacenne… da "I mestieri scomparsi"





Lo “spiacciafacenne” o in italiano “sbriga faccende” credo che sia tra i mestieri più vecchi del mondo, improvvisato sull’onda delle richieste d’aiuto che arrivavano dalla caverna a fianco.

Nel tempo era diventato un’attività vera e propria. L’occasionalità delle prestazioni richieste dal vicino impedito da una malattia o dall’impossibilità di muoversi per qualche accidente improvviso o dalla pigrizia che a volte lo prendeva nell’assolvere certi compiti quando incominciarono ad assumere carattere di continuità che lo zucchero ed il caffè non riuscivano più a ricompensare e il mugugno che si andava diffondendo avevano sicuramente suggerito a quello del vicolo a presso l’idea di svolgere le attività che gli non avevano il tempo o non erano più in grado di svolgere.
Dalle mie parti il caffè e lo zucchero costituiscono ancora oggi i prodotti principe che si vede mettere in mano quello che soccorre gli altri, ma con il caffè e lo zucchero ci si riempie lo stomaco soltanto chi li vende.

Nel dopoguerra, tra le tante imprese per sopravvivere, era ritornato ad essere un mestiere che ritornava utile a chi non poteva o non voleva mettere in movimento le proprie gambe e ricorreva ai vicini che che si prestavano quando si spostavano per assolvere le proprie.
Chi si adoperava in questi frangenti arrivava certe volte addirittura ad anticipare anche il denaro per l’acquisto del prodotto che era stato incaricato di procurare: veniva rimborsato alla consegna della merce, abitudine presa dopo qualche dissapore tra committente e prestatore d’aiuto.
La cosa che rischiava di prendere con rifiuti o con cattiverie gratuite che seguivano al posto di una ricompensa neppure con un grazie  si risolse improvvisamente quando un vicino del vicolo appresso mise su un’attività per sbrigare appunto le faccende che gli altri non erano in grado di svolgere o non volevano svolgere in prima persona, come andare a rifornirsi di acqua della Madonna, ritirare un pacco alla posta, portare un sacco di patate, una cassetta di verdura, le scarpe dal calzolaio.
La voce si sparse in un battibaleno accompagnata da tante considerazioni che un po’ facevano sorridere e un po’ arrabbiare come se le cortesie fatte e ricevute fino a quel momento  fossero state un obbligo da svolgere senza recriminare e le ricompense non richieste fossero state un sopruso  al quale si sottostava malvolentieri.

Nei primi mesi di attività il tizio passò vicolo per vicolo per raccogliere gli ordinativi e le cose da trasferire altrove, ma quando la cosa prese piede avvisò i clienti abituali di passare per casa sua e di lasciare l’ordine e l’importo anticipato della prestazione da svolgere.
Era un servizio comodo e il prezzo non era esagerato e tutto si svolgeva nella massima tranquillità.La vendita di caffè e zucchero  subì un calo improvviso con un certo risentimento di chi li vendeva.
Qualche volta ci ricorse anche mia madre che non faceva mai dei grandi acquisti, ma presa dall’entusiasmo si lasciò andare  anche lei acquistando più pasta del dovuto che fu trasportata a casa  dallo spicciafacenne. Fummo tutti contenti dell’iniziativa  e ci demmo da fare per trasferire i pacchi a casa che era posta al primo piano.

Già grandicello e in condizioni fisiche tali di reggere un peso per lunghi tratti di strada incominciai a soccorrerla volentieri. Ogni tanto facevamo qualche sosta, durante la quale ci scappava sempre una carezza e una buona parola, ma a casa arrivavo sempre stanco e distrutto anche se il mio  sorriso non mancava mai per non darle un pena.
Non avevamo altro mezzo che le braccia e le gambe. Quando invece si presentò l’occasione di questa persona, acquistava, pagava e avvisava che sarebbe passato ‘o spicciafacenne  a ritirare per cui a noi ragazzi restava solamente il fastidio di portare la merce in casa quando veniva scaricata nel cortile.

Col passare degli anni e con il trasferimento al Rione San Marco e la scuola che mi teneva lontano da casa per molte ore al giorno, la cosa sfuggì alla mia attenzione anche perché erano ritornati alla ribalta i nuovi vicini di casa desiderosi di avere un contatto con quelli della scala: avendo acquistato la macchina e il televisore si offrivano di accomunarti alle loro iniziative. La cosa durò per un po’ e finì come era iniziata stabilendo nuovi comportamenti nuove abitudini di vita e di rapporto.
La spesa era un fatto personale e non la potevi affidare agli altri, le eccezionalità venivano sbrigate alla bene e meglio dai componenti della famiglia quando le loro dimensioni non erano di natura bibblica. Si rimpiangeva ‘o spicciafacenne quanno non se ne poteva più e i nuovi mezzi di trasporto non permettevano di agevolare il trasferimento di oggetti ingombranti come una lavatrice che andava invadendo tutte le case.

Il mestiere aveva, così, degli alti e bassi e chi lo praticava doveva ingaggiare una lotta con la clientela e con le norme che incominciavano ad essere emanate. Chi aveva un’Ape cominciò a lavorare per i negozi di elettrodomestici per trasportare la merce a casa del cliente senza garantire il ritiro del vecchio che finiva per essere affidato a spese proprie al titolare dell’Ape che pretendeva il suo per rifarsi del meno che gli dava il negoziante.

Oggi potrebbe tornare di moda scaturendo tra le pieghe dell’assistenza domiciliare, da tutte quelle esigenze che l’anziano non è in grado di assolvere da solo per tutte le problematiche che assillano il vivere di oggi nelle zone più popolari della città dove quelli più abbienti provvedono già con le badanti o con l’utilizzo del taxi per il trasferimento, ma una persona che vive da sola ha bisogno di qualcuno che la sorregge in termini umanitari e di conforto sociale come è previsto nelle case di riposo per anziani.

Lo “spiacciafacenne” non può sostituire certo gli operatori socio assistenziali, ma potrebbe fare anche questo dando un volto nuovo alla sua figura che da quando è nata riesce ad essere sempre utile o indispensabile.

La miseria che s’approssima potrebbe essere un’altra spinta alla sua risorgenza al suo rirorno sulla scena sociale.


                                                                                                                     G. Ruocco

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