martedì 13 novembre 2012

Gaio Plinio Secondo: stabiese acquisito


Gaio Plinio Secondo

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Gaio Plinio Secondo
Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio (Como, 23  Stabia, 25 agosto 79[1]), è stato uno scrittore romano.
Era proprio del suo stile descrivere le cose dal vivo, ed egli è per noi un vero cronista dell'epoca. Morì infatti tra le esalazioni sulfuree dell'eruzione vulcanica del Vesuvio che distrusseStabia, Ercolano e Pompei, mentre cercava di osservare il fenomeno vulcanico più da vicino. Per questo venne riconosciuto come primo vulcanologo della storia. In suo onore viene usato il termine di eruzione pliniana per definire una forte eruzione esplosiva, simile appunto a quella del Vesuvio in cui perse la vita.
La Naturalis historia, che conta 37 volumi, è il solo lavoro di Plinio il Vecchio che si sia conservato. Quest'opera è stata il testo di riferimento in materia di conoscenze scientifiche e tecniche per tutto il Rinascimento e anche oltre. Plinio vi ha infatti registrato tutto il sapere della sua epoca su argomenti molto diversi, quali le scienze naturali, l'astronomia, l'antropologia, la psicologia o la metallurgia.


Biografia 


Plinio il Vecchio nacque sotto il consolato di Gaio Asinio Pollione e di Gaio Antistio Vetere fra il 23 e 24 d.C. Discusso è il luogo della sua nascita: Verona per alcuni, Como (Novocomum) per altri. A sostegno della tesi veronese ci sono dei manoscritti in cui è possibile leggere Plinius Veronensis e il fatto che Plinio stesso, nella sua prefazione, citi Gaio Valerio Catullo come proprio conterraneus (e Catullo era di Verona). Ad avvalorare l'idea di Como come luogo di nascita, si osserva invece che Eusebio di Cesarea, nella sua cronaca, unisce in nome di Plinio con l'epiteto di Novocomensis. Eusebio e gli autori successivi hanno però a lungo confuso Plinio, l'autore della Naturalis Historia, e Plinio il giovane, suo nipote, l'autore delle lettere e del Panegirico di Traiano. L'argomentazione più considerevole a favore di Como sono le iscrizioni presenti in questa città, nelle quali il nome di Plinio ritorna spesso.
Plinio il Vecchio riveste cariche quali Ufficiale di cavalleria (eques) in Germania, grazie a sua madre, compagna di Gaio Cecilio di Novum Comum, senatore eprocuratore in Gallia e Spagna. Prima del 35 suo padre lo portò a Roma, dove affidò la sua istruzione ad uno dei suoi amici, il poeta e generale Publio Pomponio Secondo. Plinio vi acquisì il gusto di apprendere. Due secoli dopo la morte dei Gracchi, il giovane ammirò alcuni dei loro manoscritti conservati nella biblioteca del suo tutore e dedicò loro più tardi una biografia.
Plinio cita i grammatici e retori Quinto Remmio Palemone ed Arellio Fusco nella sua Naturalis historia[2] e fu certamente loro seguace. A Roma studiò botanica: l'arte topiaria di Antonio Castore e vede le vecchie piante di loto che un tempo erano appartenute a Marco Licinio Crasso.
Poté anche contemplare la vasta struttura costruita da Nerone della Domus Aurea[3] ed assistette probabilmente al trionfo di Claudio sui Britanni nel 44.[4] Sotto l'influenza di Lucio Anneo Seneca, diventa uno studente appassionato di filosofia e di retorica ed inizia ad esercitare la professione di avvocato. Plinio ricoprì cariche civili sotto Vespasiano e Tito. Comandante della flotta tirrenica di stanza a Miseno (Praefectus classis Misenis), morì durante l'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia.
Plinio il Giovane, suo nipote, che lo rappresenta come un uomo dedito allo studio ed alla lettura, intento ad osservare i fenomeni naturali ed a prendere continuamente appunti, dedicando poco tempo al sonno ed alle distrazioni.
Il racconto della sua morte, contenuto in una lettera del nipote Plinio il Giovane, ha contribuito all'immagine di Plinio come protomartire della scienza sperimentale (definizione di Italo Calvino), anche se, sempre secondo il resoconto del nipote, si espose al pericolo anche per recare soccorso ad alcuni cittadini in fuga dall'eruzione. Il presunto teschio di Plinio il Vecchio è conservato nella sala Flajani del Museo storico nazionale dell'arte sanitaria a Roma.


Carriera militare 

Prestò servizio in Germania nel 47 agli ordini di Gneo Domizio Corbulone, partecipando alla sottomissione dei Cauci ed alla costruzione del canale tra il Reno e la Mosa. Da giovane comandante di un corpo di cavalleria (praefectus alae), redasse nel corso degli stazionamenti invernali all'estero una prova sull'arte del lancio del giavellotto a cavallo (de iaculatione equestri). In Gallia ed in Spagna annotò il significato di un certo numero di parole celtiche. Notò le località associate alle campagne militari di Germanico; sui luoghi delle vittorie di Druso, sognò che il vincitore lo pregava di trasmettere alla posterità le sue imprese (Plin. Ep., III, 5,4).
Accompagnò probabilmente Pomponio, amico di suo padre, in spedizione contro i Catti nel 50.


Ricerche 

Sotto Nerone, vive soprattutto a Roma. Cita la carta d'Armenia e gli accessi del mar Caspio che fu ceduto a Roma dal personale di Corbulo in 59 (VI, 40). Assiste anche alla costruzione della Domus Aurea di Nerone dopo il grande incendio del 64 (XXXVI, 111). Nel frattempo, completa i venti libri della sua Storia delle guerre germaniche, solo lavoro di riferimento citato nei primi sei libri degli annali di Tacito (I, 69). Questo lavoro è probabilmente una delle principali fonti di informazioni sul germanico. All'inizio del V secolo, Simmaco ebbe una piccola speranza di trovarne una copia (Epp., XIV, 8). Plinio dedica molto tempo ad argomenti relativamente più sicuri, come la grammatica e la retorica.


Al servizio di Roma 

Sotto il regno del suo amico Vespasiano, torna al servizio di Roma come procuratore nella Gallia Narbonense (70) e nella Spagna romana (73). Visita anche Gallia Belgica (74). Durante il suo soggiorno in Spagna, si dedica all'agricoltura e alle miniere del paese, oltre a visitare l'Africa.[5] Al suo ritorno in Italia, accetta un incarico di Vespasiano, che lo consulta alle albe prima di partecipare alle sue occupazioni ufficiali. Alla fine del suo mandato, dedica la maggior parte del suo tempo ai suoi studi (Plin. Ep., III, 5,9).
Completa una storia del suo tempo in 31 libri, che tratta del regno di Nerone fino a quello di Vespasiano (N.H., Praef. 20). Quest'opera è citata da Tacito,[6] ed influenza Gaio Svetonio Tranquillo e Plutarco. Porta a termine il suo grande lavoro: la Naturalis historia, un'opera a carattere enciclopedico nella quale Plinio raccoglie una grande parte dello scibile della sua epoca, lavoro progettato sotto la direzione di Nerone. Le informazioni che raccoglie riempiono non meno di 160 volumi nell'anno 73, quando Larcio Licino, il legato pretore di Spagna Tarraconense prova invano a comperarli con una somma notevole. Dedica una sua opera aTito Flavio nel 77.
In occasione dell'eruzione del Vesuvio del 79 che seppellì Pompei ed Ercolano, si trovava a Miseno come praefectus classis Misenis. Volendo osservare il fenomeno il più vicino possibile e volendo aiutare a alcuni suoi amici in difficoltà sulle spiagge della baia di Napoli, parte con le sue galee, che attraversano la baia fino a Stabiae (oggi Castellammare di Stabia) dove muore, probabilmente soffocato dalle esalazioni vulcaniche, a 56 anni. L'eruzione è stata descritta dal suo nipote Plinio il giovane il cui nome è stato preso in considerazione nella vecchia vulcanologia: eruzione pliniana. Il resoconto delle sue ultime ore è riferito in una lettera interessante che Plinio il giovane indirizza, 27 anni dopo l'accaduto, a Tacito.[7] Invia anche, ad un altro corrispondente, una relazione sugli scritti ed il modo di vita di suo zio:[8]
« Iniziava a lavorare ben prima dell'alba… Non leggeva nulla senza fare riassunti; diceva anche che non esisteva nessun libro tanto inutile, cioè da non contenere qualche valore. Al paese, solo l'ora del bagno lo asteneva da studiare. In viaggio, era privo d'altri obblighi, si dedicava soltanto allo studio. In breve, considerava perso il tempo che non era dedicato allo studio. »
Era occupato su i suoi manoscritti per venti ore su ventiquattro, non risparmiandosi neppure nel tempo più caldo. Talora lo si trovava impegnato all'una del mattino a leggere e scrivere a lume di candela. Dopo aver fatto visita a corte tornava a lavorare sino a mezzogiorno quando interrompeva per una breve pausa per un pranzo molto leggero al cui termine si riposava prendendo il sole mentre un segretario gli faceva ad alta voce l'ultima lettura della giornata. Dopo un bagno freddo, seguito da un breve riposo e da una merenda ricominciava a lavorare, quasi che fosse all'inizio del giorno, sino all'ora della cena.[9]
Il solo frutto del suo instancabile lavoro che persiste al giorno d'oggi è la sua Naturalis Historia che fu utilizzata come riferimento durante numerosi secoli da innumerevoli allievi.


Opere 

L'elenco delle opere di Plinio ci è fornito dal suo stesso nipote:
De iaculatione equestri, libro sull'arte di tirare stando a cavallo, frutto della sua esperienza di ufficiale di cavalleria.
De vita Pomponii Secundi, due libri sulla vita di Pomponio Secondo, poeta tragico a cui era legato da amicizia.
Bella Germaniae, venti libri sulle guerre di Germania, che servirono a Tacito per i suoi Annales.
Studiosus, tre libri sulla formazione dell'oratore tramite lo studio dell'eloquenza.
Dubius sermo, otto libri sui problemi di lingua e grammatica che presentavano oscillazioni ed incertezze nell'uso, tenute in gran conto dai grammatici posteriori.
A fine Aufidii Bassi, trentuno libri di storia che riprendevano la narrazione dove aveva concluso Aufidio Basso, ovvero dalla morte dell'imperatore Claudio.
Naturalis historia, trentasette libri che formavano un'opera enciclopedica di larghissimo respiro, l'unica rimastaci per intero.

 

La Naturalis historia 







La Naturalis historia fu pubblicata nell'anno 77; già nel titolo l'opera si presenta come ricerca a carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione.
Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio, contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. Partendo dal lavoro di Lucrezio, l'autore vuole far conoscere all'uomo i vari aspetti della natura, perché possa elevarsi dalla sua condizione animale. L'informazione tratta svariati temi:
§                    La descrizione dell'universo (II libro)
§                    La geografia ed etnografia del Bacino del Mar Mediterraneo (III-VI libro)
§                    L'antropologia (VII libro)
§                    La zoologia (VIII-XI libro)
§                    La botanica e l'agricoltura (XII-XIX libro)
§                    La medicina e le piante medicinali (XX-XXVII libro)
§                    La medicina ed i medicamenti ricavati dagli animali (XXVII-XXXII libro)
§                    La mineralogia (XXXIII-XXXVII libro)
L'ultima parte, trattando della lavorazione dei metalli e delle pietre, contiene anche una lunghissima digressione sulla storia dell'arte dell'antichità, in particolare riguardo la statuaria, la pittura e l'architettura (ma non mancano notizie relative ai mosaici e ad opere di altro tipo).
In sostanza si tratta di un'opera che risente della fretta di chi legge e registra tutto quanto va apprendendo; dello sforzo di mettere ordine nell'immensa materia. Sebbene non si possa chiedere all'autore originalità ed esattezza scientifica, si deve riconoscere l'altissimo valore antiquario e documentario dell'opera, e l'enciclopedismo pratico dell'autore, spesso soffermatosi in credenze superstiziose e gusto del fantastico. Non mancano, inoltre informazioni errate o dati "gonfiati", ad esempio nella descrizione del teatro di Pompeo e di quelli di Curione e Scauro[10].

Filosofia 

Come molti letterati e persone di cultura della prima età imperiale, Plinio segue lo stoicismo. È anche influenzato dall'epicureismo, dall'accademismo e dalla reviviscente scuola pitagorica. Ma la sua visione della natura e degli dèi resta principalmente stoica. Secondo lui, c'è la debolezza dell'umanità che chiude la divinità sotto forme umane falsate dai difetti e dai vizi.[11] La divinità è reale: è il cuore del mondo eterno, che dispensa la sua beneficenza sulla Terra, sul sole e le stelle.[12]
L'esistenza della divina provvidenza è dubbia,[13] ma la credenza nella sua esistenza ed alla punizione dei reati è salubre;[14] la virtù apparteneva alle divinità, cioè a quelli che somigliavano ad un dio facendo il bene per l'umanità,[15] È opera maligna informarsi sul futuro e forzare la natura ricorrendo alle arti della magia,[16] ma l'importanza dei prodigi e dei presagi non è trascurata.[17] La visione che Plinio ha della vita è oscura: vede la razza umana immersa nella rovina e nella miseria.[18]
Contro il lusso e la corruzione morale, si consegna a declamazioni così frequenti (come quelle di Seneca) che finiscono per stancare il lettore. La sua retorica fiorisce praticamente contro invenzioni utili (come l'arte della navigazione) in l'attesa del buon senso e del gusto.[19] Con lo spirito d'orgoglio nazionale romano, forma l'ammirazione delle virtù che hanno condotto la repubblica alla sua dimensione.[20]
Egli non dimentica i fatti storici sfavorevoli a Roma[21] e, anche se onora i membri eminenti delle case romane distinte, è libero dalla parzialità eccessiva di Tito Livio per l'aristocrazia. Le classi agricole ed i vecchi signori della classe equestre (Cincinnato, Curio Dentato, Serrano e Catone il Vecchio) sono per lui i pilastri dello Stato romano e si deplora amaramente del declino dell'agricoltura in Italia.[22] Inoltre, preferisce seguire gli autori pre-augustiani; tuttavia vede il potere imperiale come indispensabile al governo dello Stato e saluta il salutaris exortus di Vespasiano.[23]

Letteratura e scienze 


Ricostruzione della distruzione di Pompei
Alla fine dei suoi lunghi lavori letterari, il solo Romano ad avere scelto come tema la totalità del mondo della natura, implora la benedizione della madre universale su tutto il suo lavoro. In letteratura, attribuisce il più alto posto ad Omero ed a Cicerone (XVII, 37 sqq.) quindi in secondo luogo Virgilio. È stato influenzato dalle ricerche del re Giuba II diNumidia che chiamava mio padrone.
Dedica un interesse profondo alla natura ed alle scienze naturali. Nonostante la poca stima che uno porta per questo genere di studio, egli si sforza sempre di essere al servizio dei suoi concittadini (XXII, 15). La portata della sua opera è vasta e completa, un'enciclopedia di tutte le conoscenze. A questo scopo, studia tutto ciò che fa autorità in ciascuno di quest'argomenti e non si astiene a citare estratti.
I suoi indices auctorum sono, in alcuni casi, le autorità che lui stesso ha consultato (benché ciò non sia esauriente) e a volte questi nomi rappresentano gli autori principali sull'argomento, che sono conosciuti soltanto di seconda mano. Riconosce sinceramente i suoi obblighi a tutti i suoi predecessori in una frase che merita d'essere proverbiale (Pref. 21, plenum ingenni pudoris fateri per quos profeceris). Ma c'è la sua curiosità scientifica per i fenomeni dell'eruzione del Vesuvio che porta la sua instancabile vita di studio alla fine prematura. Ogni testimonianza dei suoi difetti d'omissione è disarmata dal candore della sua confessione nella sua prefazione: nec dubitamus multa esse quae ed i nostri praeterierint; homines enim sumus ed occupati officiis. Il suo stile denuncia un'influenza di Seneca.
Mira meno alla chiarezza che all'epigramma. È pieno d'antitesi, di questioni, d'esclamazioni, di tropi, di metafore, e d'altri manierismi dell'età del denaro della letteratura latina(primi due secoli). La forma ritmica ed artistica della frase è sacrificata da una passione per l'enfasi che delizia con il riporto dell'argomentazione verso la fine. La struttura della frase è molto spesso irregolare. Si nota anche un utilizzo eccessivo dell'ablativo assoluto, spesso messo in apposizione per esprimere l'opinione dell'autore su un enunciato che precede immediatamente. Ad esempio: XXXV, 80, dixit... uno se praestare, quod manum de tabula sciret tollere, memorabili praecepto nocere saepe nimiam diligentiam.
Le sue fonti sono i trattati persi sulla scultura in bronzo e sulla pittura dello scultore Senocrate d'Atene (III secolo a.C.). All'entrata principale della cattedrale di Como è possibile vedere statue di Plinio il Vecchio e suo nipote Plinio il giovane in posizione seduta, e indossanti abiti degli eruditi del XVI secolo. Gli aneddoti di Plinio il Vecchio per quanto riguarda gli artisti greci hanno ispirato Giorgio Vasari sui temi degli affreschi che decorano ancora oggi le pareti della sua vecchia casa ad Arezzo.


Gastronomia 

Plinio è una miniera inesauribile di informazioni sui prodotti alimentari e sui costumi Romani. Dopo Columella, Plinio è, tra tutti gli autori latini, quello al quale dobbiamo maggiori informazioni sulle varie specie di viti e di vini conosciuti.
Il libro XIV della Naturalis Historia è dedicata a questo tema; conta 22 capitoli che trattano dell'argomento nei suoi minimi dettagli, dalle varie specie di viti, la natura del suolo, il ruolo che gioca il clima, il vino in generale, i vari vini d'Italia e d'oltremare conosciuti dai tempi più arretrati, all'enumerazione dei più famosi consumatori della Grecia e di Roma. Fornisce anche informazioni preziose sulle piante odorose, gli alberi da frutto, il grano, l'agricoltura, il giardinaggio, le piante medicinali, le carni, pesci, selvaggina, l'apicoltura, la panetteria e le verdure.


Ornitologia 

Il libro X è dedicato agli uccelli e si apre con informazioni sullo struzzo. Plinio lo considera come il punto di passaggio dagli uccelli ai mammiferi. Inserisce numerose specie e si sofferma particolarmente sulle aquile e altri rapaci come gli sparvieri.


La fisiologia 

Plinio il Vecchio fu uno studioso interdisciplinare e si occupò anche di fisiologia e di ricerche sui problemi di natura sessuale; infatti consigliò "l'uso di pene di lerch intriso di olio o di quello di iena trattato con il miele", per rafforzare la sessualità.


Storia dell'opera 

Verso la metà del III secolo, un riassunto delle parti geografiche delle opere di Plinio è realizzata da Solino ed all'inizio del IV secolo, i passaggi medici sono riuniti nella Medicina Plinii. All'inizio del VIII secolo, Beda il Venerabile possiede un manoscritto di tutte le opere. Nel IX secolo, Alcuino invia a Carlo Magno una copia dei primi libri (Epp. 103, Jaffé) e Dicuilo riunisce estratti delle pagine di Plinio per la sua Mensura orbis terrae (C, 825). I lavori di Plinio acquisiscono grande stima nel Medioevo. Il numero di manoscritti restanti è d'circa 200, ma il più interessante e tra i più vecchi è quello di Bamberga, contenente soltanto i libri dal XXXII al XXXVII. Roberto di Cricklade, superiore del St Frideswide a Oxford, indirizza al re Enrico II un Defloratio, contenente nove volumi di selezioni prese da uno dei manoscritti di questa. Fra i manoscritti più vecchi, il codex Vesontinus, precedentemente conservato a Besançon (XI secolo), è oggi sparso in tre città: a Roma, a Parigi, e l'ultimo a Leida (dove esiste anche una trascrizione del manoscritto totale).


Curiosità

Plinio nei suoi trattati sulle Scienze Naturali, studia anche pietre dure di altissimo valore: i diamanti. Posseduto o disegnato sulla propria pelle, il diamante viene descritto come un talismano contro i veleni e le malattie ed inoltre avrebbe il potere di tenere alla larga i brutti sogni e gli spiriti maligni.

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