venerdì 27 dicembre 2013

La FESTA DI CAPODANNO


avevo dimenticato










Con il passare dei giorni sta approssimandosi quello di Capodanno che sicuramente porterà con se un'altra delusione per i provvedimenti di pubblica sicurezza già annunciati, che verranno sicuramente adottati per scoraggiare fin dove è possibile quelli non disposti a recedere dalle intenzioni di attuare gli aspetti più eclatanti di una tradizione che negli anni passati sommergeva le strade con una possibile elemento da rottamare scaraventandolo sulla pubblica strada in modo liberatorio.

Mentre per il FUCARACCHIO andavamo alla ricerca di legna da ardere, prelevandola anche dove non la si poteva prendere, per capodanno , oltre ai fuochi di artificio di piccole o grandi dimensioni, che squassano l'aria con fragori assordanti, in ogni casa si mettevano da parte tutti quegli oggetti che si volevano eliminare in quanto usurati o deteriorati in modo da non essere più recuperabili.

Al sopraggiungere della mezzanotte tra i rumori assordanti provocati dai botti si provvedeva da parte dei componenti la famiglia ancora in condizioni fisiche idonee, a scaraventare sulla strada gli oggetti accumulati cercando di provocare il massimo del rumore possibile tanto che al mattino le strade risultavano sommerse da montagne di monnezza da risultare impraticabili anche a piedi a quelli che necessariamente dovevano uscire di casa che dovevano porre attenzione a dove mettevano i piedi per non imbrattarsi di escrementi o rischiare di ferirsi con oggetti taglienti e acuminati come il vetro delle bottiglie, la ferraglia della peggiore specie, ecc. ecc. ammucchiati gli uni su gli altri.

Certo le tradizioni davano sfogo ai malumori accumulati contro i governanti che in poche occasioni annuali consentivano libertà che permettevano ai più turbolenti di pareggiare in qualche maniera i conti con la legge adottando le necessarie cautele come quelle che ancora oggi si praticano a carnevale.

Nelle tradizioni, però, ci sono anche momenti ludici che consentono attraverso il canto, il ballo e i giochi competitivi o meno di alleviare le proprie ambascie e di esaltarsi senza portare danno agli altri favorendo avvicinamenti tra quei soggetti critici che da sempre il tessuto sociale contiene e manifesta.



LA CANZONE DI CAPODANNO 






Come noto e come è attestato da diversi scrittori di storia locale, nella nostra Regione ( e si pensa anche nelle altre ) era diffuso l'uso di celebrare il Capodanno con i tradizionali fuochi pirotecnici e gettando dalle finestre, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, svariati oggetti. Ma oltre a tutto ciò nella nostra Regione c'era anche l'uso ( e tutt'ora in buona parte persiste ) di cantare la"Canzone de lo Capodanno". Nel nostro Comune, dopo alcuni anni di "silenzio" si è cominciato a riprendere questa simpatica usanza. Nel cantare tale canzone si ricorreva all'uso di alcuni strumenti caratteristici : tamburelli, "scietavaiasse", putipù ed altri che producevano un fracasso, non fastidioso, ma piuttosto buffo e piacevole. 

Nella società dei secoli passati, questa canzone veniva preceduta dal "lancio della pietra" che consisteva nel tirare un sasso o un frammento di mattone al piede della persona alla quale si voleva dare l'augurio del buon anno. Specialmente nella tradizione metese, il lancio di questa pietra, era preceduto da un coro di introduzione, che era il seguente: 

" ao' bbuon Dio è ao' bbuon Capodanno 

tant'oro e argiento te puozze 
abbuscà auanno, 
quanto peso io, 'a pret e tutte e panne" 
Dopo aver pronunziato questi versi, colui che voleva fare l'augurio faceva "scivolare la pietra" ai piedi del festeggiato ( in dialetto si diceva "menà a' pret a...).Dopo di che si cominciava la canzone. 
L'inizio della canzone che veniva eseguita a Meta era uguale a quello che si cantava in tutte le altre parti della Regione e che è riprodotta in parecchi dischi.
Ma la caratteristica della canzone che veniva eseguita a Meta, era che il motivo era alquanto diverso da quello che viene ascoltato nei suddetti dischi. 
Ma ancor più caratteristico era che nella canzone di Meta, dopo aver menzionato la nascita del Redentore, la strage degli Innocenti ecc., come avviene nella canzone cantata negli altri paesi, - ci sono delle strofe che passano in rassegna tutte le attività, arti, mestieri e professioni - agli esercenti delle quali viene augurato il buon anno. Leggendo queste strofe non si può non notare la loro simpatia e il loro humor che, ancora a distanza di tanti e tanti decenni, viene suscitato in coloro che le ascoltano. Secondo una tradizione orale, tramandata attraverso le generazioni di padre in figlio, sia il motivo che queste strofe aggiunte, sono opera dei metesi. Il nome dell'autore delle note non è sicuro e quindi per serietà non possiamo menzionarlo; mentre l'autore dei versi aggiunti è un tale chiamato Prospero Cafiero, che abitava "abbascio o Casale". 
Nel cantare detta canzone si rispettavano delle gerarchie familiari e sociali, perché il nipote "menava" la pietra al nonno, il figlio ai genitori, il nipote allo zio ecc. Nei rapporti sociali ed economici si aveva un'analoga gerarchia, per es. il garzone al maestro di bottega, il lavoratore al suo datore di lavoro ( a Meta, notoriamente famosa nell'attività marinara, i marinai ed in genere i dipendenti davano quest'omaggio all'Armatore, che spesse volte era anche il capitano della nave). 
Ma tale gerarchia comportava anche l'obbligo, per chi riceveva quest'omaggio, "di aprire la dispensa" e trattare lautamente con cibarie e dolciumi vari, coloro che avevano cantato la canzone. 
I genitori, i nonni e gli zii, a loro volta, facevano rispettivamente ai figli e ai nipoti la " 'NFERTA" (cioè quella che possiamo comunemente definire "la strenna di Capodanno"). Il periodo festivo, come quello Natalizio, era occasione, per buona parte del popolo, di cibarsi più riccamente in quanto il consumo di determinati generi, carni, dolciumi, ecc.non era alla portata di tutti. D'altra parte il lungo periodo di privazione rendeva più gioioso il cibarsi in questi periodi, infatti si diceva che si faceva festa. 







CENONE.

Quando eravamo ragazzi in occasione del capodanno o di altre festività dove era prevista un'abbondanza di cibo, lo sfottò era d'obbligo in quanto per alcuni di noi, appartenenti a famiglie meno abbienti, non avendo abbondanza di cibo da mettere in tavola tutt'i giorni, il cenone, a detta di chi voleva divertirsi alle nostre spalle, rappresentava l'unica occasione per rifarsi sulla fame arretrata accumulata.

Nelle rare occasioni che si era invitati presso amici o familiari se non ti trattenevi nel mangiare qualcuno dei convitati se ne usciva con l'espressione che era meglio farti un vestito che invitarti a pranzo.
Erano battute che andavano di modo come pure quella: ma che ti sei purgato ieri, anche se molti di voi non ne comprenderete il significato, oppure: - scommetto che ieri era giorno di digiuno.

Generalmente  il cenone prevede un pò di tutto liquido o asciutto che sia per cui iniziare alle nove o alle dieci di sera per arrivare a mezzanotte era necessario avere davanti qualcosa da mangiare dopo il rinvio del pasto del mezzogiorno a quello quasi imminente della sera, anche se le ore che ci separavano dal cenone erano nove o dieci.
le incursioni in cucina si sprecavano come pure le grida delle donne che si erano riunite in consorzio per l'occasione per ridurre la spesa individuale e approntare un po' di tutto.

Nel canto di capodannno si dice che il cibo approntantato poteva bastare per un anno e invece l'allegrada masnata l'aveva ingurgitato in un batti baleno.

I ragazzi, si sa che rifiutano le verdure lessate, fritte, nel ripieno delle pizze e in ogni dove e le verdure invece aprivano il cenone per stuzzicare l'appetito, come si diceva allora quando gli aperitivi ancora non si usavano a casa mia e a casa dei vicini.

Guardavamo uno nel piatto dell'altro sottraendo sul più bello il boccone che stava per essere portato alla bocca con occhi avidi. Gli scherzi erano il risultato del digiuno forzato per ridurci allo stremo delle nostre forze nella speranza di averci più docili come commensali.

La fellata che consiste in una consistente presentazione di formaggi freschi e stagionati e di salame, prosciutto, mortadella, pancetta e capocollo apriva ile danze del cenone nel quale era compreso di tutto dal cappone che era servito per il brodo della minestra, alla carne ai ferri sia di maiale che di vaccina fino alla frutta secca, ai dolci natalizi, alle sciosciole, agli struffoli in attesa di aprire lo spumante per dare alla festa il massimo della ricchezza.

Ognuno vantava il suo: il lettere frizzantino, il lambrusco che frizzava anch'esso, lo spumantino fatto il vino dolce che chiamavamno lambiccato.









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