sabato 4 febbraio 2012

L’Economia del vicolo Sorrentino a Mezzapietra





Vicolo Sorrentino a sinistra

Nel vicolo Sorrentino, dove sono nato, abitavano una ventina di famiglie, ma soltanto alcune avevano accesso alle loro abitazioni direttamente da esso. Per alcuni era solamente un luogo di transito in quanto avevano altri ingressi di servizio e latri percorsi per arrivarvi. 

Il portoncino in fondo al vicolo conduceva  alle abitazioni e ai laboratori di falegnameria di don Carminuccio e della famiglia di Pilotino ed immetteva in un’ampia area a cielo aperto sulla quale affacciavano i locali del piano terra e quelli del primo piano che erano serviti da una scala esterna. L’area godeva di un’uscita che consente ancora oggi di accedere a piedi direttamente dall’autostrada  senza passare per il vicolo. La stessa possibilità avevano quelli che abitavano nel cortile posto in fondo al vicolo a sinistra che serviva gli appartamenti estremi del palazzone e l’alloggio occupato dalla famiglia di Stella.


In realtà la vita del vico la vivevano solamente la famiglie della Pimuntesa, quella di Esterina che era una nipote di mia nonna, la famiglia di Vicienzo ‘o signore, di Natale ‘o cocchiere, di Gennarino, cocchiere anche lui, di Teresa ‘a lacertesa col marito Pasquale anche lui vetturino e Rifugia. Erano quelle che si frequentavano di pù e avevano un rapporto più stretto, che in caso di bisogno si rincuoravano e si soccorrevano. Gli altri transitavano solamente sciorinando il loro repertorio di battute e di convenevoli lasciando qualche volta tracce dei loro lamenti perché  le persone assembrate, secondo loro, ostacolavano il loro transito, salvo poi occupare il vicolo delle ore per caricare e scaricare cose acquistate che duravano in casa il tempo di qualche mese, disturbare la quiete con la radio tenuta ad alto volume e litigi che oltrepassavano le mura di casa con seguiti di percosse che facevano intervenire i carabinieri della vicina  caserma.


 
Veduta dall'alto del Vicolo Sorrentino 
Abitavo nei locali che presentano il tetto sfondato dal terremoto del 1980.




Erano sempre le donne a vivere la vita del vicolo quando avevano voglia di sfogare a chiacchiere i loro disappunti, smaltire le proprie noie, trovare un non so che di conforto negli sfoghi delle altre. Gli uomini erano sempre assenti per non immischiarsi, per non dar luogo a scambi di opinione che sfociavano spesso in alterchi che prendevano l’avvio generalmente dalla politica che tiene distante i meno abbienti da quelli che stanno meglio o svolgono un’attività che sono soliti lamentarsi quando le cose non vanno bene perché quando tutto va prendono e portano a casa e si tengono alla larga da quelli che secondo loro li invidiano.
Secondo loro non hanno orari, non hanno mutua, se si sentono male non guadagnano e debbono attingere al gruzzolo che non si sa mai dove l’hanno riposto.


L’unico uomo sempre presente era Vicienzo ‘o signore che era un signor artigiano del legno. Era capace di costruire una carrozzella per intero con i guarnimenti, la lucidatura. Lo si vedeva solamente nelle ore pomeridiane quando la luce naturale della bottega scemava di intensità e non se la sentiva di accendere le quattro lampadine che occorrevano per illuminarla.

Si metteva a cavalcioni su un banchetto attrezzato e con gli attrezzi di asporto dava forma a tutti i profilati che sarebbero andati a costituire i raggi delle ruote anteriori e posteriori. Non dava fastidio a nessuno, anzi era un divertimento vederlo lavorare e noi ragazzini lo guardavamo incantati mentre faceva diventare curve le superfici piane e spigolose, le scartavetrava, le lucidava. A sera o quando il lavoro arrivava al termine ritirava i suoi attrezzi e recuperava i trucioli che aveva prodotto lasciando i basoli perfettamente puliti anche dalla segatura che utilizzava nella stufa per sciogliere la colla o per cucinare legumi che richiedevano tempo e pazienza.

Quelli che procuravano un po' di confusione erano i vetturini che al ritorno a casa impegnavano il vicolo con le loro carrozzelle che lavavano e pulivano sulla strada pur avendo nei loro cortili spazi per farlo; strigliavano i cavalli legati ai ganci che stavano infissi nei muri da anni.
A volte scalciavano, ma bastava fare un minimo di attenzione per evitarli. Per noi ragazzi andava comunque bene perché ci scappava quasi sempre qualche carrubba che aveva il sapore della cioccolata e calmava i morsi della fame in attesa di fare un pò di cena prima di andare a dormire.


Veduta delle abitazioni raggiungibili anche dal Vicolo Sorrentino 

Erano proprio i fagioli che passavano di casa in casa quando venivano cucinati e il loro aroma si diffondeva nel vicolo. Chi li metteva sul fuoco sapeva già che ne doveva cuocere qualche etto in più per far tacere la fame dei ragazzini che ne erano ghiotti o sentivano la fame ogni volta che c’era qualcuno che anticipava l’orario del desinare.
Le altre ricambiavano con la verdura, come faceva mia madre che era rifornita dalla famiglia di provenienza ogni volta che mio zio faceva il mercato a Castellammare o il raccolto era particolarmente abbondante. E poi i fagioli più degli altri legumi si prestano a realizzare tanti piatti anche se si parla sempre di pasta e fagioli. Vengono utilizzati per le insalate, per stufarli e il brodo per bagnarci il pane duro  con un filo d’olio e un odore di aglio

Un riso con i fagioli era una prelibatezza che non tutti bambini volevano mangiare, ma che necessariamente mangiavamo perché non si buttava via mai niente. Era un peccato, dicevano e veramente lo era in quanto i soldi erano pochi e le bocche da sfamare erano tante e sempre più affamate.

Quello che gli altri non volevano lo passavano ai vicini senza vergognarsi, il pantalone veniva rattoppato, le scarpe risuolate, l’ombrello riparato e nel vicolo ognuno dava una mano all’altro.

Noi ragazzi crescevamo e litigavamo, ma anche i litigi duravano un attimo, le mamme si adoperavano immediatamente per calmare gli animi facendoci fare pace all’istante.

Quando passavano i venditori ambulanti le più dubbiose mettevano da parte la loro incapacità chiamando in soccorso quelle più sveglie e capaci di contrattare il prezzo.

Le donne si aiutavano in tutto. Rifugia per esempio ci intratteneva raccontando fatterelli che più avanti negli studi ho trovato nella letteratura. Quelli che avevano la radio ci facevano ascoltare Lucignolo, quelli che erano più abbienti davano anche agli altri la possibilità di assaggiare quello che si cucinava.

Ma un bel giorno arrivò il momento di traslocare. Non ricordo se ne fui entusiasta, ma il modo che trovai giù al San Marco aveva altri orizzonti.

Quando ritornavo per far visita ai nonni il vicolo incominciava ad andarmi stretto. E adesso che  sto ritrovando la memoria di quei tempi mi trovo di fronte a immagini che mi rattristano.

La casa che abitavamo era di mia nonna che la diede in dote a mia zia Vincenza. Non ci sono più ritornato. L’ho solamente sfiorata, ma la memoria non riesce a cancellarla. Intanto è pericolante e disabitata. Un piccolo patrimonio che aspetta di essere risanato dal terremoto del 1980.


                                                                                                   G. Ruocco




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