sabato 10 settembre 2011

G.S. - Don Luigi Pacella: gelataio e poeta - 015

Don Luigi Pacella

In villa oltre ai monumenti dei compaesani illustri ci vorrebbe uno spazio dedicato a quelli che durante la loro esistenza si sono accaparrati la nostra simpatia vivendo una vita che li ha messi in evidenza per qualche aspetto del loro carattere, per l'attività che svolgevano, per un gesto che loro hanno fatto e gli altri no, per il coraggio che hanno avuto di affrontare la vita in modo anticonvenzionale diventando un esempio da additare controcorrente ai propri figli, da ricordare come una storia metropolitana, per la loro originalità, per la loro bonomia, per quella che sembrava incoscienza ma che nel tempo, per la perseveranza, si è dimostarata una mossa azzeccata, che gli altri non hanno saputo adottare, ma nenache capire e neppure imitare, ma soltanto criticare.
Alcuni di essi sono ricordati col solo soprannome nel sito "Illiberoricercatorestabiese".

Non so quante sale bigliardo ci sono state nel tempo a Castellammare di Stabia, ma quella di via del Corso gestita da un signore di nome Luigi Pacella duarante la giovinezza c'era.

Ogni volta che passavo davanti alla sua vetrina mi veniva la voglia di entrare, ma la mia età non me lo permetteva anche se le regole nel nostro beneamato paese quasi nessuno le rispetta.
L'idea di giocare a bigliardo non  mi passava neanche per la mente, ma il gioco mi affascinava e non mi perdevo mai in televisione i campionati italiani. Certe volte saltavano fuori dei veri campioni come nel film di Nuti "Il signor Quindicipalle" o in "Chiara e lo scuro"
Circolava la voce che all'interno del locale venisse praticato il gioco d'azzardo, ma, alla faccia di tutti, il locale continuava a restare aperto nonostante le ispezioni della polizia che non riscontrava le irregolarità denunciate.

I tempi morti del pomeriggio consentivano al conduttore della sala di dedicarsi ai suoi svaghi. Tra questi c'era quella di fare gelati che vendeva con poca fortuna anche nel periodo invernale e di dedicarsi alla lettura di riviste dell'epoca, come GrandHotel, BoleroFilm, ecc.

Un giorno, però, per comprare una babana che il signor Pacelli ricopriva di un consistente strato di cioccolato mi avventurai nel locale. Mi servì in maniera impeccabile raccomandandomi le precauzioni da prendere durante la consumazione per evitare che il prodotto cadesse per terra liberandosi dallo stecco di legno che lo sorreggeva. Il prodotto era stato reclamizzato con l'affissione di un cartello sulla vetrina esposto dal lato interno.
  
Le banane erano di piccole dimensioni, ma il prodotto nonostante la sua bontà nonmai popolare in quanto il freddo se conservava la cioccolata rendeva dura la banana e le due cose assieme non producevano l'effetto desiderato.

In quell'occasione mi chiese se per caso non ero il figlio di un suo conoscente riferendomi tutti i particolari in suo possesso per farmi comprendere che si trattava di mio padre. Il perchè lo capì qualche mese più tardi quando passando davanti al suo negozio mi invitò ad entrare. Aveva gli occhi umidi. Mi disse che aveva letto su GrandHotel una storia definita "vera" e si era commosso, ma che leggendo leggendo aveva scritto una poesia e aveva bisogno di me per le correzioni che lui riteneva necessarie  perchè con i verbi non andava proprio d'accordo.

Quella richiesta mi turbò alquanto. Mio padre gli aveva confidato, bontà sua che scriveveo delle poesie e dei testi di canzoni che un certo Peppe musicava.
Di lui sapevo soltanto quello che vedevo. Era un uomo corpulento, di media statura, sempre in camicia bianca e papillon al collo, pantaloni neri e ai piedi alternativamente mocassini neri o pianelle per far riposare i piedi quando i clienti erano assenti.
Più avanti nel tempo mi disse che abitava in un alloggio in via De Turris, ma di preciso dove non l'ho mai saputo, che aveva due figli maschi che si chiamavano uno Francesco detto Ciccio e il più piccolo Eugenio che ormai si è trasferito da molti anni all'estero, di femmine non lo so. La moglie non ho mai avuto modo di conoscerla. Non ne parlava mai.

Leggeva e scriveva e a me toccava  rileggere, interpretare e riscrivere quello che lui poetando liberamente metteva in maniera approssimativa sulla carta. Era una bella lotta in quanto non sempre il suo pensiero corrispondeva a quello che io riscrivevo in quanto  i suoi componimenti a volte risultavano oscuri ed incomprensibili sia per i vocaboli adoperati che erano un  lontano ricordo della lingua italiana, sia per i concetti che erano delle sciarade da decifrare.
Mi sorprendeva quando dopo un lavoro immane di decifrazione, se ne usciva con espressione del genere: - Ma perchè non avevo scritto così ?
Sapeva che la mia trascrizione non era esattamente quello che aveva scritto, ma il pensiero trascritto lo vedeva suo perchè finalmente gli era stato svelato come lui abrebbe voluto scriverlo.

Non gliel'ho mai proposto, sicuramente non avrebbe mai acconsentito, che diventassi coautore dei suoi componimenti per il mio lavoro di adattamento che invece ricompensava sempre, a onor del vero con un gelato o una sigaretta di quelle che lui fumava.

Ne fumava una sessantina al giorno. I suoi denti e le dita erano diventate del colore della nicotina. Prima di buttare via il mozzicone che era sempre poca cosa, ne accendeva un'altra con la quale continuava la sua fumata fino a quanto non era saturo di fumo.

Morì quando non ero più a Castellammare, sicuramente dopo il terremoto dell'ottanata o forse anche prima.

Dopo la chiusura del locale di via del corso per termine di locazione si trasferì sul lungomare nella gelateria ch'era stata gestita dalla famiglia Palumbo.

Durante l'inverno le gelaterie restavano chiuse, ma lui a gennaio, dopo i lavori di restauro e di pulizia del locale e delle attrezzature, incominciò a tenerla aperta producendo piccole quantità di gelato al limone, alla fragola, ai frutti di bosco che sormontava sempre con una panna deliziosa che sapeva invitare gli acquirenti alla trasgressione, che tale era definita quando si passeggiava a gennaio con un cono tra le mani.

Quell'anno il tempo fu veramente clemente con giornate di sole che intiepidivano l'aria e invitavano a stare seduti sulle panchine della villa e del lungomare e davanti alla gelateria.

Ogni volta che vendeva un gelato si segnava la fronte col segno della croce e benediva Dio per la grazia che gli mandava e le prime monete incassate le dava al primo questuante che passava dal negozio.

Quando arrivarono i giorni freddi non si preoccupò affatto. Disse che ogni tanto valeva la pena riposarvi qualche giorno, dopodichè il sole rispuntò e i ragazzi ritornarono a comprare i suoi gelati tra lo stupore di tanta gente.

Non dico che fece fortuna, ma le vendite gli andavano bene e negli anni appresso lo andaro ad aiutare il figlio Ciccio e un amico che artigianalmente gli confezionava il cono croccante tutt'i giorni.

Finchè rimasi a Castellammare continuai a correggere i suoi componimenti o a trascriverli interpretando i suoi pensieri.

Un giorno mi disse ch'era un pò di tempo che nello scrivere le parole gli nasceva dentro anche il motivo per cantarle ed era felice come un bambino.

Di lui mi è rimasto un gran ricordo e qualche nastro magnetico da dove la sua voce affiora come dall'aldilà cantando una delle sue canzoni preferite: - Stella bella del mio cuor / il tuo amor dove sarà....  mi ha stregato, poi lasciato chi sa quando tornerà...

Un po' il nastro  e un pò i ricordi mi stringono il cuore quasi a farmi male. Credo che sia meglio che la smetta ....ma mi auguro che questa nota trovi qualche lettore che si ricorda ancora don Luigi, della sala bigliardo o dei suoi gelati...

Se avete una foto  mandatemela  per farlo conoscere anche agli altri...


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